equivalent xi: where is the club?

coverBiglie, carta, forbici e utensili vari. Undici composizioni basate sulla ripetizione di particelle sonore ricavate da strumenti non comuni. Ai field recordings domestici si sovrappongono fruscii, gocce d’acqua, il gracchiare delle rane, le immancabili cicale per rinforzare un progetto caratterizzato talvolta da brevi loop, ipnotici, e da progressioni più lente e in costante evoluzione.

Gianluca Favaron, già Ab’she e parte di gruppi quali Lasik Surgery, Maribor, Under The Snow e Zbeen con Ennio Mazzon, recupera così parte del suo 12’’ “Surfaces” (2013), pubblicato su 13, cioè l’ennesima splendida reincarnazione sperimentale del marchio Silentes di Stefano Gentile, per un “Equivalent IX” (2014), dal non facile approccio, ma dall’intima bellezza.

Il titolo rimanda all’opera d’arte contemporanea di Carl Andre, pittore e scultore statunitense, appartenente alla corrente minimalista. “Equivalents” (1966) si articolava in otto composizioni di centoventi mattoni a due livelli, sovrapposti entrambi da altri sessanta, accostati secondo diverse matrici e proposti in varie disposizioni.

Tali sculture, formate da elementi identici e semplici, venivano così rese facilmente riconoscibili, laddove la posizione di ogni singola parte era indifferente e non gerarchica. Un potenziale cambiamento del loro ordine non avrebbe mutato il risultato finale. Il produttore italiano fa, dunque, proprio il concept, applicando all’interno del disco, per un’istantanea della realtà sonora circostante.

Ogni sequenza, assemblata in digitale, può essere estrapolata e ricollocata nella tracklist, senza interrompere il mood enigmatico sotteso. Trenta minuti da decifrare a occhi chiusi, per un dialogo tra suoni abbozzati e rumori improbabili, decomposti, ma efficaci. Istante dopo istante, nessuno appare fuori posto.

Pubblicato in duecentocinquanta copie, le cui prime cinquanta contengono una fotografia numerata a mano, l’album, masterizzato da Giuseppe Ielasi, è un ottimo esempio di evanescente musica concreta. Di un’Italia sotterranea da scoprire, che riserva sorprese, mai pigre nell’ambito elettronico più estremo. [marco ferretti]

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