decomposed days: the new noise

10553408_927084340651803_7914120720133053748_nCorrado Altieri e Gianluca Favaron sono ben più della somma algebrica dei rispettivi talenti. La loro collaborazione trascende la fusione tra i sintetizzatori analogici del primo e le manipolazioni di oggetti quotidiani del secondo, benché si possa, in uno slancio riduzionista, condensare Decomposed Days, il capitolo che segue l’ottimo The System Of Objects, conducendolo nell’ambito della musica elettronica attraversata da pulsazioni concrete. È una tentazione forte, che rende la trattazione agevole, agile e, nella sua superficialità, comprensibile.
Decomposed Days è l’opera di due registi maniacali nell’analisi delle immagini sonore, ridotte al punto da divenire frattali, distorsioni puntiformi, ombre, sfumature invisibili all’occhio del profano, così ardua in alcune sue scene da sembrare composta in un linguaggio conosciuto unicamente al duo, quasi si avesse dinnanzi una comunicazione a senso unico, un tradimento del termine stesso.
Si ha l’impressione che nulla venga posto in comune, anzi, che questa colonna sonora per film inesistenti, proiezioni mentali di chi ascolta o di chi suona, destinate alla polverizzazione, parli al vento, alla strutture urbane, al cemento armato, ma rifugga il confronto con l’elemento umano.
Si procede immersi in detriti, glitch abrasivi di natura digitale, timbri taglienti, cupezze dark ambient, estratti sezionati della cui identità rimane solo una citazione, una parola, un frammento lessicale, ambientazioni melancoliche da sala d’aspetto di una stazione catturata in notturna, soliloqui metropolitani, mantenendo fisso lo sguardo sulle polaroid che compongono le grafiche. Non un uomo attraversa i binari, non una sagoma spezza l’immobilità delle ore piccole. Il senso di progressiva solitudine si accentua nelle tracce più brevi, dove scaglie di power elettronica penetrano un corpo materico denso di alte frequenze, contrappuntate da un ossessivo contorsionismo dello spettro dei bassi, ora fisicamente presenti, ora inghiottiti da spirali di combustioni lo-fi.
Altieri e Favaron perseverano nell’indagine asettica dell’ambiente circostante, sonorizzando spazi dalla prevalente struttura metallica, distribuendo pallide melodie inesistenti su layer analogici in ebollizione, sovente a un livello inferiore rispetto alla percezione dell’ascoltatore. Complesso descrivere il crepitio, la musicalità della ruggine, la ritmica insita in stracci e giornali abbandonati sulle panchine, le scale atonali estratte da pannelli di vetro e, infine, l’indeterminatezza delle serie n-foniche nate dall’incontro tra superficie scabre, senza cadere nel tranello della mera esibizione di frazioni del suono generale o mancando di cogliere la necessaria concatenazione dei singoli eventi. Per tal motivo Decomposed Days è oggetto di seduta attiva, meglio se continuata.
Più disumanizzato dei field-recordings del danese Jakob Kirkegaard (4 Rooms, soprattutto, che condivide un approccio diretto alle fonti, con poca rielaborazione), meno abrasivo di Marriage Of Metals dello statunitense Daniel Menche, Decomposed Days sfida il fruitore a considerare i cinque episodi come narrazione concreta piuttosto che esercizio di giustapposizione di esperienze a diretto contatto con la quotidianità, interpretate affiancandole alle pennellate elettro-acustiche generate dagli oscillatori dei sintetizzatori.
Difficile, spigoloso, ma, una volta immersi nelle onde irregolari della poetica di Altieri/Favaron, capace di schiudere una bellezza destabilizzante. [Jacopo Fanò]

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