sherwood – intervista con mirco salvadori

La loro è una piccola armata che molto sta facendo per l’innovazione – scusate il termine oramai desueto ma così è – dell’ascolto in terra italiana. La vibrazione che produce il loro muoversi lungo lo stivale varia dall’ambient più silenzioso all’elettroacustica più coinvolgente, dall’iperealtà del field recording piegato al gioco del mixaggio musicale alla dura realtà della ricerca che non concede compromessi. Gianluca Favaron appartiene a quest’ultima categoria. Un sound artist che crea arte digitale piegato sul proprio laptop, l’orecchio sempre in ascolto dei suoni a venire, quelli che si producono nell’indefinito, quasi invisibile, mondo elettronico.

La prima informazione di cui si ha bisogno, senza iniziare con la classica domanda relativa al percorso musicale. Quasi un moto dell’animo dopo aver ascoltato il tuo ultimo lavoro prodotto assieme a Vitolo. Una domanda impellente rivola a chi ha attraversato lo spazio sconfinato del suono elettronico ed è riuscito ad andare oltre. Cosa c’è al di là dell’immenso territorio chiamato, tout court, musica elettronica

Vorrei risponderti con quel che scrisse Luciano Berio quarant’anni fa:. Non credo ci siano un oltre o confini da superare: la musica elettronica semplicemente esiste in una miriade di forme e modalità diverse, dando ad ognuno la possibilità di esprimersi e trovare il proprio suono. La differenza, a mio avviso, la fanno la cultura e il buon gusto (ma questo non solo nella musica elettronica).

Alternative religion, metal music machine, lasik surgery, zbeen, under the snow, ab’she, forse me ne sono scordato qualcuno. Tutti monikers dietro ai quali si cela Gianluca Favaron. Te la senti di ripercorrere con noi quel cammino iniziato seriamente, se non vado errato, nel 2010.

In realtà si tratta di progetti e momenti piuttosto differenti tra di loro. Alternative Religion è stato il primo approccio con la musica, avevo poco più di 14 anni ed era fine 1979 o inizio del 1980. Quindi classico gruppo punk (o, forse, meglio già post-punk) del periodo, in cui cantavo. Si salta poi al 2009, quando l’amico Pietro Zanetti, già con me negli Alternative Religion, mi chiama per una reunion degli stessi e dopo un unico concerto mi chiede di entrare a far parte dei Metal Music Machine, che era il suo gruppo in attività al periodo. Quindi dopo quasi trent’anni di inattività, torno a far musica e da lì una serie di uscite, sia in solo che in collaborazione, che continuano sino ad oggi.

Il tuo nome spesso è legato a progetti creati con altri sound artists. Da che deriva questa capacità di condivisione, cosa ti dà rispetto al lavoro solista.

Non credo di avere capacità particolari, anzi. Si tratta soprattutto di stima e affinità con alcuni bravissimi artisti che sono, prima di tutto, degli amici.
Esistono poi amici, che sono bravissimi artisti e che stimo, con cui non collaboro perché conoscendomi sono sicuro finirei con l’entrare in conflitto.
Per questo parlo di affinità: mi baso molto sulla prima impressione e raramente mi sbaglio.
Nei progetti collaborativi che ho in attività (e parlo di Under the Snow con Stefano Gentile; Zbeen con Ennio Mazzon ed ai duo con Corrado Altieri, Cristiano Deison e Anacleto Vitolo e al recente Vetropaco con Andrea Bellucci) soprattutto mi appaga confrontarmi con metodi di lavoro, storie e gusti diversi e, quando possibile, presentare i lavoro dal vivo dove si ha riscontro del livello di interazione personale.

 

Torniamo alla materia sonica, quali sono le tue radici, come hanno influito sul tuo lavoro odierno e come definiresti il tuo suono.

Le radici in campo sonoro sono sicuramente la musica concreta e le sperimentazioni elettroacustiche degli anni cinquanta e sessanta, il punk e il post-punk degli anni settanta e ottanta, la techno e l’elettronica digitale in genere degli anni novanta. Tutti questi elementi, in modo più o meno diretto, hanno influenzato ciò che produco, di cui potrei dire appartiene al contesto dell’elettroacustica, che mi pare sia quello meglio rispondente ai miei interessi.
Altrettanta importanza hanno gli scrittori di lingua tedesca, l’arte minimale e concettuale e il buon cibo.
Sulle definizione del suono sono dell’avviso che non sia, oggi, possibile la produzione di lavori ‘pienamente originali’ che richiederebbero una cesura totale e radicale con il passato, mentre ritengo si sia ancora, e nonostante le apparenze, nel pieno della fase post-moderna del riciclo, con il perdurare del suo valore simbolico.

Cosa ti ha spinto ad inoltrarti in territori indubbiamente aspri e di difficile fruizione per un pubblico che non abbia volontà di confronto con realtà contemporanee altre rispetto alla classica proposta elettronica più o meno di tendenza.

Semplicemente mi interessa fare quel che mi piace: non ho pretese artistiche, non ho urgenze esistenziali e nemmeno mi interessa la visibilità. Mi trovo ‘a casa’ in determinati suoni e mi sono scoperto in grado di produrli con un certo appagamento personale.
Se poi c’è qualcuno che li trova interessanti sono certamente contento, come sono contento che ci sia qualcuno che mi chiami a suonare, soprattutto come occasione di incontro con persone magari conosciute via internet, con cui passare un po’ di tempo e aprire la strada a nuove possibilità di collaborazione
Però, sinceramente, non trovo che quelli che frequento siano territori musicali aspri e difficili, in fondo sono solo suoni che una persona può aver voglia o meno di affrontare. Forse non vanno bene come sottofondo per l’aperitivo, ma con un po’ di curiosità e voglia si può godere anche del rumore.

Una domanda che sovente pongo a chi si occupa di avanguardia è quella riguardante la melodia. Nei vostri lavori non c’è traccia di questa attitudine musicale a meno che non sorga spontanea dall’intreccio della sovrapposizione dei noises, magari un attimo prima di trasformarsi in white-noise. Spiegami.

Per quanto mi riguarda, la melodia intesa come struttura di suono diretta a generare una linea individuabile e cantabile non ha ragione di esistere nel mio lavoro, perché non compongo brani in forma canonica. Quel che mi interessa è la ricognizione del quotidiano che è, per me, elemento imprescindibile del fare musica. Ciò che cerco è alterare e modificare il materiale sonoro preesistente in un paesaggio dato, cioè i suoni che ci circondano per dar loro una nuova veste e, di conseguenza, importanza, fornendo al contempo all’ascoltatore la possibilità di riconsiderare i rapporti emozionali e psicologici con l’ambiente.

Che storia si nasconde dietro il muro elettrico che normalmente crei intrecciando le voci delle tue macchine. Esiste una sceneggiatura, una voglia di raccontare o è esclusiva essenzialità algoritmica.

Le macchine sono solo uno strumento che ti permette di raggiungere i risultati voluti, non hanno una voce propria più di un qualsiasi strumento acustico: se lo sai usare hai dei risultati, altrimenti la pochezza risulta evidente.
Venendo allo specifico della tua domanda, in genere non decido a priori il suono che un lavoro dovrà avere.
Procedo con improvvisazioni casalinghe con synth, microfoni, oggetti e con il raccogliere in modo abbastanza libero field-recordings, nel senso che mi porto dietro lo Zoom e raccolgo quel che trovo al momento (generalmente in occasione di qualche viaggio)
Solo successivamente i vari suoni vengono utilizzati, organizzandoli e accostandoli secondo schemi che variano in base sia al materiale di origine che al progetto specifico, sia esso un disco in solo o una collaborazione.
Una volta costruito in questo modo lo scheletro delle tracce, si va a completarle con ulteriore materiale registrato ad-hoc.
Quindi, per rispondere alla tua domanda, direi che non esiste una sceneggiatura, ma il testo viene a costruirsi mentre lo scrivo, salve le revisioni successive.

Tu appartieni ad una piccola ma ben agguerrita avanguardia che molto sta facendo per il suono elettronico di ricerca qui in Italia. Com’é lo stato dell’arte visto da un addetto ai lavori?

Sinceramente mi pare che lo stato sia di ottima salute. Non faccio nomi, che finirei con lo scordarmi qualcuno, ma ci sono tantissimi artisti \ musicisti che producono materiale di assoluta validità. Direi che qui in Italia ci sono certamente alcuni dei nomi migliori dell’intera scena europea e sarei contento vedere per loro un maggiore riconoscimento, anche al di fuori della piccola nicchia della cosiddetta ricerca.

Ultimamente sei in uscita con tre lavori, rispettivamente: “Zolfo”con Anacleto Vitolo, “Vetropaco” con Andrea Bellucci e il nuovo Under The Snow con l’inossidabile Stefano Gentile. Parliamone.

In effetti, per una serie di coincidenze e non per volontà, escono tre lavori in un breve lasso si tempo.
Zolfo e Vetropaco sono i primi frutti delle collaborazioni con Anacleto ed Andrea e sono due lavori assolutamente diversi tra di loro.
Vetropaco è frutto della maestria di Andrea nel comandare le sue macchine e della sua capacità di trattare una materia, quella ritmica, che non sono assolutamente in grado di dominare. Tutto il merito del risultato è suo, io ho solo messo a disposizione qualche idea e una serie di suoni.
Zolfo, invece, è un lavoro più nelle mie corde ed è nato dalla volontà mia e di Anacleto di fare qualcosa assieme dopo esserci conosciuti in Irpinia in occasione di un paio di miei live. Si tratta di un lavoro pienamente a due mani dove si incontrano e scontrano i nostri suoni e le nostre diverse concezioni di costruzione dei brani e mi pare che il risultato non sia trascurabile.
Da ultimo, il nuovo Under the Snow, previsto per dicembre, sarà un lavoro diverso dai precedenti: interamente basato su field-recordings e senza chitarra è una riflessione (a modo nostro) sul mondo delle popsongs.

Che altro succederà in quei territori dai quali invii i tuoi segnali meta-sonici.

Presto sarò live con Anacleto per la presentazione di Zolfo e per il 2016 direi che è abbastanza.
Nell’immediato futuro, sicuramente ci saranno i nuovi dischi dei progetti con Corrado Altieri e Cristiano Deison e poi vedremo cosa arriverà.

Grazie Mirco!

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