souterraine – intervista con marco ferretti

C’erano una volta gli Alternative Religion, tra le prime band italiane interessate al genere in voga oltremanica: il punk. Un ensemble trevigiano che ha lasciato il segno nell’arco di un triennio attraverso una certa presenza live, poi lo scioglimento e l’oblio di alcuni dei suoi membri. Gianluca Favaron ne era il cantante. Lontano dalle cronache, e a distanza di un trentennio di quasi inattività musicale, l’artista è progressivamente ritornato sulle scene, stavolta elettroniche. Nell’ultimo lustro, complice anche un certo sodalizio con la Silentes di Stefano Gentile, è stato possibile ‘scoprire’ la creatività di uno dei produttori più versatili in circolazione, votato a esperimenti di differente natura e, soprattutto, aperto a forme di collaborazione con vecchi e nuovi amici.

Che cosa hai ascoltato durante quel lungo periodo di silenzio?
Era impossibile non ascoltare punk tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, specie se avevi una certa predisposizione alla disobbedienza. Dopodiché, è venuto il silenzio e tramite quest’ultimo gli ascolti che mi hanno portato a produrre i suoni di oggi, frutto di svariati interessi come, ad esempio, la computer music prodotta a partire dagli anni Novanta, la musique concrète e l’elettronica degli anni Cinquanta e Sessanta, le strutture aperte del free jazz e dell’improvvisata cosiddetta colta.

Com’era iniziato il tuo rapporto con l’elettronica? Ricordi un episodio in particolare?
Non ricordo un momento particolare. Tutto è stato naturale, perché i sintetizzatori erano già presenti in modo massiccio nel post-punk e da lì si è trattato solo di scoprire da dove, storicamente, arrivassero certe macchine e certi suoni. Come utilizzatore, le prime curiosità sono state per il computer durante la seconda metà degli anni Novanta. In buona sostanza, come produttore, ho saltato completamente la fase analogica.

Qual è stata l’occasione del tuo ritorno sulla scena? Dall’utilizzo della voce a quello delle macchine, un altro bel cambiamento.
L’occasione è giunta nel 2009, in occasione del trentennale degli Alternative Religion, la mia punk band, e su iniziativa di Pietro Zanetti, il batterista originario, che mi ha ‘reinserito’ nel mondo della musica, contattandomi già durante l’anno precedente. Abbiamo ripreso in mano i vecchi brani per una reunion che, per vari motivi, si è poi concretizzata in un unico live. Presumibilmente, è stato un bene. Di sicuro, quello è stato l’inizio di tutta una serie di eventi e accadimenti che mi hanno portato a ritornare ad avere un ruolo attivo e non solo da ascoltatore. In verità sono ripartito di nuovo come cantante, ma vista l’età trovo più salutare stare fermo dietro le macchine.

È, dunque, più importante ciò che deve provare l’ascoltatore o quanto un artista intende comunicare attraverso la sua opera?
Sono state scritte migliaia di pagine in merito, no? Quando un produttore, a prescindere dal medium, compone pensando alla reazione del fruitore è destinato al fallimento. Il musicista deve esprimersi secondo il proprio sentire, mentre l’ascoltatore è chiamato a interpretare e tradurre l’esperienza della fruizione secondo il proprio background.

In che modo è cambiato il valore della musica rispetto sei lustri fa?
È evidente la sua svalutazione. Forse in modo definitivo. O, forse, sono vecchio: temo di cadere nella posizione di quelli che sono portavoce di una visione tipo ‘era meglio ai miei tempi’, però, non intravedo più quella forza, anche di aggregazione politica e di protesta, che la musica ha avuto fino agli anni Ottanta.

Non hai pretese artistiche o urgenze esistenziali. Suonare è soltanto un hobby?
Non è che non abbia pretese artistiche: definirsi artista o l’arte quale fonte di sostentamento non trasformano la musica in passatempo o attività autoreferenziale. Fare musica è un godimento estetico, uno stimolo intellettivo, un’occasione per aver relazioni con altre persone e, ogni tanto, anche una fonte di soddisfazioni. Per quanto alle urgenze esistenziali, a cinquantadue anni, sono ben contento di averle risolte.

Com’è stato confrontarsi ripetutamente con una generazione di produttori più giovani? Che cosa hai imparato dalle esperienze con Anacleto Vitolo, Andrea Bellucci, Corradio Altieri, Cristiano Deison, Ennio Mazzon e altri?
È essenziale. Con i musicisti della mia generazione con cui collaboro condivido troppe esperienze passate analoghe e non c’è quasi bisogno di parlare per intendersi. Tutto semplice e meraviglioso. Con i giovani, ad esempio Ennio Mazzon e Anacleto Vitolo che hanno vent’anni meno di me, è stato ovviamente diverso all’inizio, dove è stato difficile anche trovare un ambito comune di confronto a livello musicale, non parliamo di vissuto. In ogni caso, è stato ed è ancora stimolante collaborare con tutti gli artisti citati e le cose più importanti che ho imparato sono state la disciplina e il rispetto per il lavoro degli altri, considerato che di mio sarei abbastanza prevaricatore. E c’è da aggiungere che sono anche persone con cui è bello vedersi e sentirsi al di fuori dell’atto musicale.

Il segreto del successo di coppia giace nell’equilibrio?
Come in tutte le relazioni. L’importante è trovarlo e sapere in partenza, perché non sempre l’equilibrio giace nel mezzo.

Un pensiero a parte è da dedicare, però, a Stefano Gentile.
Grazie a lui ho iniziato a pubblicare e ho avuto modo di conoscere altri musicisti. Abitiamo anche relativamente vicino, quindi ci si sente e ci si vede abbastanza spesso. Una delle poche persone con cui ho contatti costantemente. Direi un amico.

Straordinaria la centralità di un’etichetta come la sua Silentes.

C’è poco da dire: il catalogo parla da solo, anche in campo internazionale.

Sei tu a proporre progetti agli editori o ricevi richieste di materiali da terzi?
Succede sia l’uno che l’altro. Anche se, in effetti, con il calo innegabile delle vendite di questi tempi, la pubblicazione diventa sempre più un problema serio.

Una traccia è completa quando?
Quando mi addormento mentre la ascolto: significa che al mio orecchio fila tutto liscio e che ogni elemento è al suo posto.

Qual è, invece, il tuo ricordo di Pierpaolo Zoppo?
Di Pierpaolo Zoppo ricordo soprattutto l’urgenza espressiva: nei tre anni in cui abbiamo collaborato, tanto per gli ultimi lavori di Mauthausen Orchestra quanto per Lasik Surgery, ricordo l’arrivo quasi quindicinale di cd-r con svariati minutaggi di improvvisazioni al sintetizzatore che poi sono stati utilizzati nelle uscite dal 2010 al 2012. Credo di aver consegnato a Stefano Gentile, per conservarli, non meno di una cinquantina di cd-r di materiali inediti che, probabilmente, resteranno tali.

L’avanguardia gode sempre di buona salute.
L’avanguardia non esiste più, se si intende un movimento di artisti che produce qualcosa di non sentito, di spiazzante, di nuovo dal punto di vista sia del suono che dell’espressione. Se per avanguardia, invece, si intende ciò che non è mainstream, allora di artisti che producono suoni non convenzionali ce ne sono tantissimi, tanti sono bravi, alcuni persino bravissimi e in Italia siamo certamente messi bene.

La musica che hai realizzato ha più valore oggettivo o soggettivo?
Considerato che la realizzo, penso abbia un valore eminentemente soggettivo.

È lecito attendere un successivo album dei Maribor dopo “De Immenso” (2011)?
Non credo ci siano più le condizioni. Sarebbe necessario rivolgere la domanda al già citato Stefano Gentile, che dei Maribor è stato sia ideatore che promotore.

Crea maggiore impatto emotivo la musica o l’immagine?
L’immagine. Mi reco spesso presso musei o gallerie d’arte piuttosto che a concerti.

In che modo t’influenza il posto in cui vivi o ciò che ti circonda?
In modo decisivo. Ogni persona si fonda sulla propria esperienza e, quindi, sul modo in cui hai interiorizzato l’ambiente in cui è cresciuta.

Registrare field recording lo stimolo per un ritorno alla natura o alle cose semplici.
In verità, non sono un amante dei ritorni. Il field recording ti fa, invece, capire che la natura non esiste e tutto ciò che ti circonda è frutto di antropizzazione, che è ciò che mi interessa a livello di raccolta del suono. Non sono un teorico e rimando a studi in materia che descrivono in modo più approfondito l’argomento.

Qual è la tua posizione nell’ambito dell’eterno conflitto tra analogico e digitale?
Defilata. Non mi interessa. È una questione vecchia e inutile: degli strumenti non me ne frega nulla. L’unica cosa che conta è il risultato finale e lo si può ottenere tanto con un computer che con uno strumento analogico: faccio ricorso a sintetizzatori analogici, effetti digitali e microfoni, sia in studio che dal vivo. Li utilizzo tutti. Ripeto: l’importante è il risultato finale. Chi prova sdegno nel vedere laptop sul palco, ha i suoi problemi.

Utilizzi tecniche particolari per fornire differenti effetti sensoriali
Di base, ciò che più spesso utilizzo sono la spazializzazione del suono, in modo da sfruttare a fondo le possibilità dell’effetto stereo, e l’utilizzo contemporaneo di spettri opposti di frequenze. In entrambi i casi, spero si crei un minimo di curiosità nell’ascolto.

Che cosa intendi ‘raccontare’ attraverso la commistione tra armonia e rumore?
Non c’è granché armonia nei miei lavori o, forse, il rumore è l’armonia che più mi è consona, così come non credo di essermi mai posto il problema di voler raccontare qualcosa. Nei lavori basati su field recording, ad esempio “Inner Sky” (2012) e “Outer Sky” (2012), riporto delle impressioni, ma non imbastisco un racconto che veicoli l’ascolto.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Negli scorsi mesi sono stati pubblicati alcuni miei lavori: la cassetta “Blank Spaces (I Dont’ Want To Be Happy)” (2017) per Luce Sia e i nuovi album dei miei progetti Zbeen e Under The Snow, “Tonal Whiplash” (2017) e “Popsongs” (2017), entrambi per conto dell’etichetta 13, una delle propaggini della Silentes. In autunno uscirà anche il nuovo Vetropaco, che è già pronto da tempo. Per il futuro spero di iniziare a lavorare con Corrado Altieri e Cristiano Deison per dare seguito alle precedenti uscite mentre, più avanti, metterò a punto il seguito di “Zolfo” (2016) con Anacleto Vitolo. E, infine, mi piacerebbe lavorare a una terza uscita in cassetta, per completare nel 2018 la trilogia su nastro, che ha preso il via con “Polline” (2016) su Silentes Tapestry.

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