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variations – vital weekly 1123

COVERIt’s not often we see Arnold Schönberg quoted on a cover, so it’s nice to repeat it: “even variation is a form of repetition”. Gianluca Favaron is someone who has been around for quite some time with his solo work, as well as in groups as Under The Snow, Zbeen and Ab’she. On this new solo CD, which isreleased in an edition of 100 copies with an individual image stuck on the sleeve, he plays a variety of instruments, such tape recorders, analogue synth, objects, guitar, field recordings, contact microphones, hydrophones, cartridge and effects and recorded the music from April to December last year.

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variations – ondarock

COVERSe mai vi capiterà di parlare con Gianluca Favaron, vi accorgerete che tende quasi sempre a dissimulare i propri referenti culturali, citando molto più spesso le vecchie glorie dell’era post-punk e industrial rispetto ai pionieri della musica elettronica del Novecento. Allo stesso modo credo che sarebbe capace di liquidare le sue creazioni come stratificazioni e assemblaggi di rumori eterogenei, pure e semplici manipolazioni di sorgenti sonore usa-e-getta il cui significato è affidato unicamente all’ascoltatore.

Ma foss’anche in parte vero per i progetti più astratti e viscerali – “Zolfo” con Anacleto Vitolo, qui al mastering, e il recente ritorno del duo Zbeen – che pure si addentrano in profondità espressive inaspettate, nei caotici cut-up da solista la ricerca di Favaron non manca mai di rivelare un sostrato di presenze e richiami immaginifici, un maelstrom che sembra affondare le radici nei tormentati incubi letterari del secolo breve – ipoteticamente tra la Beat allucinata di Burroughs e il grottesco postmodernismo di Ballard.

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blank spaces – sodapop

Era in qualche modo naturale che Gianluca Favaron (Under The Snow e vari altri progetti e collaborazioni) e Luce Sia si incontrassero, uno degli artisti italiani più prolifici e interessanti con una delle etichette più attive nel documentare a 360° la musica altra del nostro paese (pur risiedendo in Svizzera). È una marcatura geografica che serve semplicemente a circoscrivere l’area di ricerca ma non intacca la qualità del catalogo che resta d’alto livello, come dimostra questo lavoro che sembra trarre la propria ispirazione oltralpe, anche se in ambito non musicale. Le composizioni che occupano i due lati di questa cassetta – Roquentin e Meursault – prendono il nome dai protagonisti rispettivamente de La Nausea di Jean-Paul Sarte e Lo Straniero di Albert Camus ma è una sottolineatura quasi superflua perché quello che si ascolta nella mezz’ora di durata del nastro dà chiaramente voce a una certa filosofia. Lo so, parlare di esistenzialismo porta alla mente le peggiori pose e maledettismi da quattro soldi, ma non è assolutamente questo il caso. Utilizzando oggetti sonorizzati, microfoni, nastri, effetti analogici e digitali Favaron assembla un ambient fatto di movimenti lenti e denso di concretismi, brulichii sommessi, qualche spigolo: è il suono dell’isolamento inteso come condizione esistenziale, cercato e trovato. Potrà risultare ostico perché poco “musicale” ma in Blanck Spaces non troverete traccia di scontrosità o nichilismo a buon mercato così com’è del tutto assente ogni malinconia. È invece moderna musica (sì, musica!) intimista dotata di un equilibrio invidiabile che va oltre il semplice fattore sonoro, come fosse il punto d’arrivo di un’impegnativa e profonda riflessione. Merce rara, insomma. [Emiliano Zanotti]

souterraine – intervista con marco ferretti

C’erano una volta gli Alternative Religion, tra le prime band italiane interessate al genere in voga oltremanica: il punk. Un ensemble trevigiano che ha lasciato il segno nell’arco di un triennio attraverso una certa presenza live, poi lo scioglimento e l’oblio di alcuni dei suoi membri. Gianluca Favaron ne era il cantante. Lontano dalle cronache, e a distanza di un trentennio di quasi inattività musicale, l’artista è progressivamente ritornato sulle scene, stavolta elettroniche. Nell’ultimo lustro, complice anche un certo sodalizio con la Silentes di Stefano Gentile, è stato possibile ‘scoprire’ la creatività di uno dei produttori più versatili in circolazione, votato a esperimenti di differente natura e, soprattutto, aperto a forme di collaborazione con vecchi e nuovi amici.
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blank spaces – rosa selvaggia

Finalmente anche Gianluca Favaron va al cospetto di Nebo e Sacha di Luce Sia, tappa obbligatoria per i progetti italiani più titolati di musica elettronica, ma dove trovano spazio anche piacevoli scoperte.
Il lavoro è nel segno della musica astratta e sperimentale con due lunghe suite di sedici minuti esatti l’una ad occupare ciascuna un lato della cassetta.
E’ un album isolazionista e minimale, di non facile ascolto per chi non è avvezzo a certe sonorità, ma che come sempre soddisferà gli appassionati del genere. Gli autori letterari di riferimento, più o meno manifesti sono Camus e Sartre, essendo le due tracce a nome dei due protagonisti dei rispettivi romanzi “Lo straniero” e “La nausea”: in entrambe le opere aleggiano un male di vivere patologico ed inesorabile, un esistenzialismo ed un nichilismo assoluti che perfettamente ritornano nelle trame sonore di Gianluca, lunghe e dolorose che non chiedono niente, non insegnano niente e non lasciano niente, ma colmano per trentadue minuti il vuoto dell’esistenza di ognuno di noi.

blank spaces – darkroom magazine

La sperimentazione estrema di Gianluca Favaron si confronta con due personaggi letterari chiave del secondo Novecento: Roquentin e Meursault, segnatamente protagonisti de “La Nausea” di Sartre e di “Lo Straniero” di Camus, nonché titoli delle due tracce di questo nastro. Attraverso una decostruzione, frammentazione e concretizzazione tonale, l’autore scava dentro menti avvolte da mistero e morte rivivendone le vicende, filtrate da uno stile unidirezionale in cui il rumore diventa mezzo per interpretare situazioni evitando qualsiasi facile intrattenimento di stampo post-industriale. Continue reading

blank spaces – a closer listen

Gianluca Favaron has recorded some of our favorite drone albums. This makes us look forward to every release, but it also raises the bar. Would the artist continue to impress with his latest tape? Absolutely. Our only concern is that the title implies that the artist doesn’t want to be happy. So we’re a little worried ~ perhaps we should lie and say that we don’t like his music? We can’t; it’s just not in our DNA.

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